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Full text of "La Medicina Politica Di Guido Baccelli"

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Roma 30 Aprile 1916 


MILANO 

CASA EDITRICE DOTTOR FRANCESCO V ALL ARDI 

Corso Magenta N. 48 










Prof. LUIGI DEVOTO 

Direttore della. R. Clinica del Lavoro di Milano 



Medicina Politica 

DI 

GUIDO BACCELLI 


Roma 30 Aprile 1916 


MILANO 

CASA EDITRICE DOTTOR FRANCESCO VALLARDI 

Corso Magenta N. 48 

1916 






Estratto dalla Gazzetta degli Ospedali e delle Cliniche 

N. 45 — Anno 1916. 


\ 


Stab. della Casa Edit. Dr. F. VALLARDI, Milano. 


Yi sono dunque più teorie di medicina politica e di esse 
è realmente degna di eccellere quella di Guido Baccelli, se 
in questo giorno sacro di promesse e di voti non sterili, qui 
la prospettiamo colle sue più durevoli cose onde attingere 
fermenti e luci per le maggiori fortune scientifiche e sociali 
della Patria nel glorioso domani? 

La dottrina della missione sociale e nazionale della medi¬ 
cina, che diviene Arte di Stato, quale la professò da tutte le 
sue tribune Guido Baccelli, non si identifica, nè si confonde 
con alcuna teoria, iniziativa od allusione di studiosi od uo¬ 
mini politici del passato. 

Per Baccelli la medicina politica fu, essenzialmente, la meta 
sociale legalizzabile, la foce più umana della ricerca e del- 
^applicazione medica dei singoli e sui singoli. Una tale con¬ 
cezione oltrepassa ogni altra definizione, qualsiasi formola e 
trattato anche perche essa, per la prima volta, stringe in una 
cooperazione ideale 1 cultori delle varie discipline mediche, ef¬ 
fettive ed ausiliarie, e tutte sollecita a valorizzarsi socialmente, 
donde il prestigio dello studioso ed il pregio della ricerca no¬ 
bilitati colla estensione sociale della cosa veduta, donde la do¬ 
verosa ambizione del medico, anche il più modesto, di con¬ 
ferire contributi all’elevazione medico-politica del suo paese. 

Se le meravigliose affermazioni della medicina politica, che 
Baccelli le tante volte ci ha fatte ammirare, mantennero e 
resero forte fisicamente e spiritualmente il popolo di Roma 
antica, che se le prodigò autonomamente, senza alcuna sug¬ 
gestione od ispirazione dei medici greci, i quali vennero più 
tardi in Italia, che non conosceva la medicina individuale, 


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che non aveva medici in possesso di alcun concetto della dia¬ 
gnostica dei morbi, come non può arrivare, un popolo come 
il nostro, sveglio di mente e di ideali, in pieno possesso della 
morale medico-sociale, alla soglia dei suoi alti destini ? « La 
medicina politica, emanazione di governi, cammina a passo 
misurato e lento e s’informa delle verità, che più non si di¬ 
scutono » questa la sìntesi, questa la divisa di Baccelli, che 
è medico, che è clinico, che è statista ed è, mentre così parla, 
ministro del Regno d’Italia. 

La sua medicina politica non e quindi la nobilissima me¬ 
dicina protettrice degli artetìci richiesta, in sugli albori del 
secolo XVIII, dal nostro immortale Ramazzini ai Principi e 
alle repubbliche incapaci di agire ; non è la dottrina del be¬ 
nessere pubblico disegnata da Adamo Smith e dai forti pen¬ 
satori del Regno Unito, la quale, durante e dopo le guerre 
napoleoniche trovava l’apostolo insuperabile per la protezione 
legale dei lavoratori nell’industriale Roberto Owen: non la 
polizia medica universale, divorziata dalla medicina legale, 
del clinico pavese Giampietro Frank, che è, in gran parte 
tessuta di programmi slegati e non coordinati, per quanto 
confortati da vivaci appelli ai governanti dell’epoca; non è 
nemmeno la medicina politica del suo introduttore nel lin¬ 
guaggio scientifico, dell’eminente patologo pavese V. Rac- 
chetti, che ricostruisce in un trattato il programma suo di 
medicina politica, che è unilaterale ed in gran parte foggiato 
sui rilievi sociali di G. G. Rousseau e sui contributi profes¬ 
sionali di Ramazzini (per quanto questo non sia ricordato): 
non la eudionomia sociale e politica deH’urbinate Puccinotti, 
che nei 1837 con nobili rievocazioni di fatti antichi ed at¬ 
tuali vuol congiungere la economia politica alla patologia 
ramazziniana; non la medicina di Stato degli inglesi e degli 
americani, che è un avviamento ad una regolamentazione 
profilattica ed eugenica che non invoca, non procura la fu¬ 
sione di tutte le forze mediche, non è la medicina di assi¬ 
stenza sociale ed assicuratrice dei tedeschi, che sono su bi¬ 
nari rigidi e speciali, che non si adatterebbero ad un paese, 
come il nostro, vario nella sua complessità organica di climi 
e di popolazioni. 


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La medicina politica per Baccelli è una faccia del poliedro 
statale è un osservatorio operante che guarda al popolo at¬ 
traverso le sue grandi organizzazioni pubbliche ed alle ve¬ 
ridiche lenti di ogni medico per prevenire o riparare, e guarda 
al popolo: in quanto e per quanto soffre in sè e nella sua 
prole, in quanto e per quanto non produce, e non si alimenta 
fisiologicamente; e non si eleva fisicamente, secondo gli ideali 
della stirpe e in concorrenza con altri popoli, tecnicamente , 
secondo i progressi del genio industriale dell’uomo e secondo 
le tradizioni meravigliose del nostro rinascimento, militar¬ 
mente , secondo i prevedibili bisogni della patria, i diritti con¬ 
senzienti della biologia e l’esempio immortale di Roma antica; 
è una medicina politica che vede negli insegnamenti medici 
rinnovati, ossia non più teorici, non più dissertatori, ma pra¬ 
tici, ma sperimentali, mai obliosi dell’uomo malato, o che am¬ 
malerà, la fabbrica non del dialettico, ma del medico, del me¬ 
dico compiuto, agguerrito , ansioso di scoprire la natura di 
una malattia in un paziente, per curare questo paziente, per 
curarne altri, per introdurre a poco a poco, col concorso del¬ 
l’igienista, una voce provvida di più nel codice igienico-sociale 
dello stato, quando questo codice sia da rivedere, da inte¬ 
grare; è questa medicina politica, che potrebbe riunire at¬ 
torno a sè un gruppo di forze operose nel paese e nei due 
rami del parlamento, e costituire la piattaforma biologica di un 
dicastero: quello della previdenza, dell’assistenza e"della igiene. 

Da molti e prima di Baccelli si era parlato di medicina poli¬ 
tica e di medicina pubblica; ma le trattazioni si svolsero sempre 
in un’atmosfera di congetture, di astrazioni, di repertori sle¬ 
gati o di iniziative unilaterali assunte da profani alla medicina, 
altamente benemeriti, come Beniamino Thompson, ecc. 

La Repubblica Cisalpina ed il Regno d’Italia dell’era napo¬ 
leonica avrebbero potuto legiferare provvidamente ; già qual¬ 
che cosa era stato fatto dalla Toscana, dalla Repubblica di 
Venezia e da Napoli : le immani sofferenze e gli uomini che 
le illustravano vi erano, specialmente, in Lombardia, ma la 
politica ai primi del secolo NIX non intendeva queste mis¬ 
sioni o le posponeva ad altre. E poiché sul finire del secolo 
XVIII parlarono altamente insegnanti e clinici e scrittori 


6 — 


cari a Baccelli, ricordiamo che in queste aspirazioni scienti¬ 
fico-sociali di Lombardia, stavano in prima linea Frank, 
Scarpa e Racchetai, Gaetano Strambio direttore della prima 
clinica pellagrologica sorta in Legnano, Moscati, Rasori e tra 
gli estranei alla medicina, Giuseppe Parini, che in una mera¬ 
vigliosa relazione, tracciava il programma di una accademia 
sociale di agricoltura da fondarsi in Milano per lo studio del 
suolo, del lavoro, dei lavoratori, di tutta la rustica economia 
della regione, dell'arte pastorale, della pesca, della caccia, della 
metallurgia, programma che parve a Vienna troppo ardito e 
non venne accolto. 

E così nel campo della medicina politica tra noi poco o punto 
si fece prima del 1859, quando si prescinda da alcuni vigorosi 
sprazzi di Cavour; ma i fermenti soffocati dalle guerre na¬ 
poleoniche e dalle successive vicende politiche cominciano a 
muoversi coll’Unità, e per opera di Bertani, di Crispi, di Bac¬ 
celli e della Società d’igiene di Milano seguitano a svilupparsi. 

Intanto ai primi del 1881 Baccelli diventa ministro; ed 
egli considerando lo studente di Università e la stessa Uni¬ 
versità da un punto di vista più umano, propone per l'uno 
e per l’altra il regime della più ampia libertà, svecchia l’in¬ 
dirizzo didattico delle scuole mediche ed imprime all’inse¬ 
gnamento d’igiene, appena iniziato qua e là, il vero carat¬ 
tere di « sperimentale » col suo famoso Regolamento del 1881. 
Di qui si inizia il periodo nuovo della vita medica universi¬ 
taria italiana, che avrà le sue sanzioni coll’avvento di Crispi 
e coll’opera di Luigi Pagliani nel campo più strettamente 
igienico. Per quanto arrivata ultima tra le maggiori nazioni, 
l’Italia si è nobilmente affermata sul campo della sanità pub¬ 
blica ed oggi si inizia un’èra che impone a tutti l’impegno 
di passi più rapidi nel prossimo avvenire, anche a degno ap¬ 
prezzamento e compenso delle opere nobili di sacrifizio e di 
sangue, date dalle nostre classi lavoratrici in questa guerra 
di liberazione. Ma non dimentichiamo i moniti del passato. Le 
discipline sociali vivono in quanto sono sorrette e vigorosa¬ 
mente rifornite e nutrite di rinovellantisi indagini sociali. 

Baccelli, che seppe con mano maestra e cuore di romano, 
rinverdire le glorie igieniche di Roma e prospettare quelle 





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della Italia nuova, in queste integrazioni dedicò, col fascino 
della sua sobria eloquenza, il suo quotidiano esercizio di cli¬ 
nico, di insegnante, di medico, di terapista, dal quale traeva 
sempre un pensiero sociale; mai egli pretermise di esaminare 
i suoi infermi anche colla luce che gli concedeva il prisma 
umano, attraverso il quale amava indugiarsi su di essi. 

Desidero colle sue parole ricordare alcuni meravigliosi ri¬ 
lievi, fatti su infermi che sono una lezione per ogni medico. 
Ecco come parla, nel 1864, del cuore del contadino laborioso: 
« Siamo istruiti da facile quotidiana esperienza, darsi degli 
uomini usi a tollerare con soverchia rassegnazione alcuni in¬ 
comodi e finire per renderseli, quasi direi, naturali, senza im¬ 
pensierirsene o richiamarvi sopra l’attenzione di chicchessia. 
Nel novero di questi mali trovasi spesso la palpitazione del 
cuore saliente per caratteri di forza, di frequenza, di aritmia, 
di rumori. Veggonsi contadini laboriosi, assuefatti alle fatiche 
dei campi, sotto quei lor petti abbronzati dal sole, celare le più 
gravi cause morbose di un respiro difficile, che viene troppo 
superficialmente accagionato allo stento. Le condizioni delle 
vene del collo e della faccia vengono in essi fino ad un certo 
segno considerate, perchè l'abitudine di curvare il corpo in 
avanti e di forzare coll’estremità superiore e l’anelito della 
fatica ci sembrano spiegare assai bene e quel volume note¬ 
vole e quei moti innormali che si scorgono nello iugulo. Noi 
per la pura verità possiamo asserire di avere spessissime volte 
trovato i più limpidi caratteri delle lesioni cardiovasali inav¬ 
vertite affatto dai pazienti. Cento possono essere le ragioni che 
ci adducono agli esami del cuore, quando anche il cuore non 
turbi il soggetto, od almeno non susciti un atto della sua 
coscienza riflessa ». 

Sulla donna del contadino della campagna romana, Baccelli 
fa le seguenti osservazioni: « Laddove la malaria è continua, 
la vita degli umani n’è grandemente scorciata. Nei paesi che 
circondano le paludi pontine, è frequentissimo trovare le donne 
che sono colà casalinghe, nè scendono alla coltivazione dei 
campi, due e tre volte vedovate. Ma pur esse, le poverette, 
sebbene risparmino al paragone dei consorti la vita, pagano 
assai grave tributo; conciossiachè troppo veloce trapassi la 


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giovinezza loro e le si veggano ad onta del poco numero de¬ 
gli anni, tra le cascaggini di una vecchiezza anticipata. È poi 
miserando spettacolo quello che offre l’abituro del contadino, 
costretto dalla necessità del mestiere a travagliarsi in mezzo 
a lande inospitali. Dal bimbo all’adulto, tutti colla febbre nelle 
ossa, grami e macilenti versare più largo sudore per accat¬ 
tarsi, meglio che il pane, la china ». 

Non meno scultorio è il ricordo dello sforzo perenne del 
contadino: «Lavorava e mi venne la febbre, dormiva e mi 
sono svegliato colla febbre », ecco frequenti risposte di con¬ 
tadini : però è assai ragionevole di non aggiustar cieca fidu¬ 
cia alle parole di questi poveri semoventi, perchè delle volte 
è manifesto non cedano la zappa o la marra se non quando 
sono stroncati dalla fatica, dallo stento e dal male ». 

L influenza del lavoro sulla genesi di un aneurisma dell’aorta 
addominale viene così prospettata in una bella lezione da Bac¬ 
celli: « Quest’uomo di cui avete notizie sicure intorno alla abitu¬ 
dine inveterata del bere soverchio e della subita infezione lue¬ 
tica, si assoggetta ad un esercizio singolare delle sue forze. Egli 
ha il mestiere del selciamolo in Roma. Cotesti operai alzano con 
ambo le mani un pesante tronco ligneo coniforme, cerchiato di 
ferro e sollevandolo con lena gagliarda,percuotono abbassandolo 
con tutta forza i selci per approfondirli ed allinearli a dovere. 

L esercizio di questo faticoso lavoro, come già accennammo* 
a chi lo esamini attentamente, bensi parrà aver prodotto un 
sistematico contraccolpo tra le ultime vertebre dorsali e le 
prime lombari, ossia precisamente là dove scorre l’aorta tra 
le appendici diaframmatiche. Quando cade il colpo si ode per 
lo sforzo fatto, una violenta scossa espiratoria. Aggiungete 
anche questa ed avrete assai più del necessario per la causa 
prossima del gravissimo danno, che non tardò a verificarsi ». 

Di questi importanti rilievi a carattere medico-professio¬ 
nale e sociale se ne rinvengono a centinaia nelle sue lezioni 
e pubblicazioni e quello che è strano è questo: tanta nobilis¬ 
sima cura di perscrutazione, che rimonta a 10 e più lustri 
addietro non ha avuto imitatori in quell’epoca. 

Baccelli volle sempre vedere al di là del caso presente ; 
oltrepassare l’individuo; riunire più individui e per questo fu 


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clinico veramente generale : fu sempre divisa sua di mostrare, 
inculcare che tutto lo scibile medico deve convergere, presto 
o tardi, verso la protezione dei più, ed è presso i più che per 
lui debbono particolarmente riunirsi od affiatarsi la medicina 
e la igiene colla sua derivazione : igiene medico-sociale , per 
rimettere allo Stato più copiosi i frutti, provati e riprovati, 

dei loro studi. 

E descritte nel 1868 le sorti miserevoli dei contadini ap¬ 
pella l’aiuto dell’igienista « che dovrebbe alta levar la sua 
voce ed imporre colla dura prova di tanto strazio e di tanta 
morte, una qualche provvidenza, reclamata vivamente dal 
dritto di natura ». E questo egli dice in mezzo a brillanti 
lezioni cliniche, che, come qualcuno potrebbe paventare, non 
sono certo menomate dalle più eque invocazioni sociali. 

Una serie di anelli dunque congiunge lo Stato all’uomo che 
soffre, il primo anello della catena è tenuto dal medico condotto, 
pratico e colto , cui seguono i cultori delle varie discipline ; 
scienziati puri, clinici, specialisti, igienisti: 1 ultimo anello è 
tenuto dallo Stato, che riceve con esso elementi, non più 

discutibili, dai tecnic.i ' 

E così lo Stato, che con una mano ha dato e dà per gli 
studi, per gli istituti universitari, ecc., con l’altra deve rac¬ 
cogliere e saper raccogliere in proporzione dei sacrifizi e delle 
opere da lui compiute nel tempo trascorso. Raccogliere dagli 

studiosi e da chi ha studiato ? 

Chi di noi in questa grande prova della Patria non si do¬ 
manda come saranno apprezzati, utilizzati, come avranno reso 
o saranno per rendere i sacrifizi compiuti in oltre 50 anni, 
dallo Stato per i suoi studi medici ? e se non hanno reso come 
altrove, ossia nei paesi che danno e ricevono con fede, non 
dovremmo noi proporci in queste ore di sincerità di correg¬ 
gere, di rettificare, di intensificare nell avvenire prossimo ? 

La concezione clinico—sociale e politica della medicina non 
è, non può essere per Baccelli un campo chiuso nè di cose, 
nè di uomini. Di spesso egli si chiedeva : Chi potrebbe mai 
disgiungere il culto che deve essere riunito e concorde delle 

scienze ? 


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Chi potrebbe disgiungere la fìsica, la botanica, la chimica 
dalla medicina, chi questa dalla giurisprudenza cui è per tanti 
titoli necessaria ? 

E poiché non è il caso di pensare a divisioni o rilassamenti 
che non avverranno mai, paniti conveniente di qui esporre 
la sintesi del pensiero medico-politico di Baccelli in una col¬ 
lettiva configurazione, che metto insieme con parole sue di 
momenti diversi, vicini e lontani. 

La base ampia e dilatantesi della grande piramide dello 
scibile medico è costituita dalla scienza, che percorre veloce 
lo spazio col volo di aquila; sopra le sue conquiste, raccolta 
si aderge la multiforme medicina individuale o medicina cli¬ 
nica, che si nutre e si eleva colle conquiste della scienza, che 
completa e ta sue a vantaggio diretto dei singoli sofferenti; 
dalle osservazioni dei malati e dalla loro assistenza si sale 
verso un regime di studi superiori, ancora più ristretto e più 
specializzato, quello della igiene e della igiene medico-sociale 
che dalle sue altitudini indaga, perscruta e controlla le grandi 
masse ed il paese che le stanno dattorno. Sul vertice della 
piramide, sulla stazione eletta della medicina, sta la medicina 
politica operante, che raccoglie i fatti accertati e precisati 
dalle sezioni sottostanti, forma leggi e regolamenti, che cor¬ 
rono per tutto il paese, lo correggono, lo preservano, lo cu¬ 
rano. La vetta della piramide vive in sé e col pubblico, ed è 
in un perenne divenire, in pieno consenso colle conquiste di 
tutte le branche della medicina e delle scienze cooperanti. Più 
alto e più intenso diverrà il faro della medicina politica più 
illuminato e più presidiato igienicamente sarà il paese stesso. 

Ma per Baccelli la funzione della medicina, come disciplina 
politica, non finisce nella sua azione legislativa specifica, essa 
medicina deve insinuarsi come stimolo, pungolo, sostegno di 
opere legislative, in cui il lato igienico-umano, pur essendo 
di alto conto è sconosciuto o negletto, sia nell’ordine del fine, 
sia in quello dei mezzi. 

Perchè non ci siamo mai valsi delle apostrofi medico¬ 
igieniche di Baccelli per suscitare una coscienza prò silvys ì 

Baccelli aveva intuito la scarsità dei frutti della tutela fo¬ 
restale e non sapeva darsi pace per lo scarso consenso che 


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ottenevano le sue ammonizioni per il culto alle piante. Egli 
senza dubbio ricordava che le nostre magnifiche montagne 
erano, fino a pochi lustri addietro, ornate di secolari foreste. 

E mentre altri parlavano specialmente di frane, di inonda¬ 
zioni, di importazione di legno e di consecutivo esodo di oro 
italiano, egli invece diceva ai maestri, agli studenti, a tutti 
gli italiani così: 

« Le selve sono salute e ricchezza: sono filtri stupendi e 
centri di produzione ossigena, di ossigeno elettrizzato che è tra 
le più poderose difese contro gli invisibili organismi malefici. 
Tutela dei climi, equilibrano la temperatura, disciplinano le cor¬ 
renti dell’aria, provvedono alle condizioni igrometriche del sot¬ 
tosuolo, proteggono i colli nella loro coesione, difendono, le pra¬ 
terie, conservano le acque, a noi danno il combustibile ci pro¬ 
teggono dalla grandine e poste sui’monti fanno da parafulmine». 

E come si allietava di ricordare il suo compianto amico 
Prof. Cantani di Napoli « che aveva raccolto in un libro utilis¬ 
simo quanto oggi si sa sull’immenso vantaggio che producono le 

« 

selve sul clima, sull’economia e sull’igiene; quel libro fu come 
il testamento ch’egli lasciò del cuore e dell’intelletto suo». 

Tanto luminosi precetti dovrebbero stare davanti alla mente 
di tutti i medici specialmente oggi mentre, per il costo inau¬ 
dito del carbone, si tagliano, dappertutto, piante in collina ed 
in montagna ! 

Perchè non ci siamo messi a capofitto a battagliare contro 
gli incompetenti o i competenti gelosi, che insidiarono la 
terra madre coll’ostruzionismo ad iniziative educatrici ed al- 
lenatrici quali: la festa degli alberi, gli orticelli, i campi spe¬ 
rimentali, i divisati tipi di vini semplici e sani, e sostenere 
così in blocco i diritti delFalimentazione fisiologica e più eco¬ 
nomica coll’integrazione del « ritorno alla terra » ? 

« Più che il colono, la famiglia colonica deve (così egli disse 
molti anni or sono) essere base d’ogni organizzazione sociale 
agricola. La famiglia colonica, collocando la sua opera sulla 
terra, non solo ha diritto di trarne il frutto annuo, per so¬ 
stentare la vita, ma di avvantaggiarsi in equa parte della plus¬ 
valenza che la terra acquista per l’opera del lavoratore, senza 
che questa plusvalenza ceda esclusivamente a vantaggio del 


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proprietario. Ora su tuttociò è opera della giustizia sociale 
fissare il perfetto equilibrio; e intorno a questa impresa deb¬ 
bono affaticarsi l’intelligenza e il cuore dei veri apostoli del¬ 
l’umanità ». 

Ed ecco come prospettava le maniere dell’insegnamento per 
i campi: 

« Deve aggiungersi l’insegnamento facile, efficace, diffuso e 
sovratutto pratico, delle culture agricole con ogni mezzo: sia 
avviando sui campi maestri ambulanti, sia organizzando nella 
capitale un insegnamento che, partendo dalle campagne fa¬ 
cesse capo alle nostre scuole e agli istituti tecnici, e da que¬ 
sti all’università, dove il raggio della scienza dovrebbe unirsi 
alle conquiste della dottrina sperimentale: ciò che in parte io 
feci, ma venne subitamente distrutto. Questo sarebbe il vero 
il fruttuoso, l’invocato raccoglimento d'Italia, che avrebbe i 
nostri suffragi, quando con esso procedesse la tutela efficace 
degli altri vitali interessi della nazione ». 

Perchè non siamo divenuti paladini dei suoi progetti (pro¬ 
fetiche evocazioni di bisogni !) sull’educazione militare dei 
giovani, dell’istruzione professionale dei fanciulli ? 

Se Angelo Mosso, invece di osteggiare l’iniziativa di Bac¬ 
celli per la scuola complementare, per la fabbrica del citta¬ 
dino e del soldato dall’età di 16 anni, la avesse confortata 
del suo potente appoggio, la legge sarebbe arrivata in porto 
con luminosi vantaggi nell’ora passata e presente. Ma Mosso 
scriveva in un’epoca in cui egli ed altri temevano di avvici¬ 
nar troppo la caserma alla scuola... e di aumentare l’eser¬ 
cito degli impiegati dello Stato, come se gli impiegati non si 
fossero quasi raddoppiati in altro modo dal 1896, l’anno delle 
vivaci opposizioni di Mosso. 

Merita di essere qui riprodotto il pensiero di Baccelli nella 
sua integrità : 

« La milizia non è più, come una volta, un mestiere pa¬ 
gato: essa è una funzione di liberi cittadini, funzione vitale 
che assicura lo Stato nella coscienza diffusa del diritto e del 
bene nazionale. Per avere grande numero di soldati, è forza 
limitare le ferme, ma le ferme limitate col sistema attuale 
danno all esercito soldati meno sicuri, mentre le guerre mo— 


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derne esigono la maggiore fermezza dei combattenti. Un ri¬ 
medio io proposi 12 anni or sono, e fu la legge della scuola 
popolare o meglio di una coscrizione scolastico-militare a se¬ 
dici anni. Per due anni esercizi militari generalizzati, ossia: 
marce, corse, ascensioni di montagne, maneggio delle armi; 
al terzo anno oltre ques-ti esercizi, quelli del tiro a segno. 
Preparati così nelle scuole e bene istruiti nei doveri che ogni 
soldato ha verso la Patria, comprese e sentite le leggi del¬ 
l’onore, dell’abnegazione, del sacrificio, entrerebbero a ven¬ 
tanni nell’esercito, dove potrebbe bastare la ferma di un anno. 
E se la buona ventura mi avesse concesso di discutere e di¬ 
fendere quella legge in Parlamento, l’Italia tutta sarebbe oggi 
un popolo militare, ed il bilancio della guerra ne sarebbe 
notevolmente alleggerito ». 

E così nell’ìnvocare il ritorno alla terra, nel promuovere 
la redenzione delle terre incolte, nella disciplina delle abita¬ 
zioni, nella politica ospedaliera, nei problemi delle lavorazioni 
e della alimentazione, nella politica doganale, Baccelli facendo 
intervenire il fattore medico colle sue ragioni preponderanti, 
riuscì più volte ad orientare diversamente la soluzione di 
problemi vitali, sempre ha nobilitato la medicina, ha trac¬ 
ciato la rotta ai medici del Parlamento, non sempre ideal¬ 
mente affiatati sul binario igienico-sociale, ai suoi colleghi 
medici di ogni grado e di ogni età; ha valorizzato gli studi 
di tutti i cultori di quella medicina « che il mondo dei fatui 
dispregia, dileggia ed irride, pronti a curvatesi innanzi come 
ad un Dio, quando il martello delle infermità li colpisca ». 

Un sogno, un bel sogno di Baccelli non si è potuto realizzare. 

Salito nel 1901 al Ministero dell’Industria egli avrebbe 
voluto avvicinare sul terreno dell’indennizzo e dell’assistenza 
i malati del lavoro agli infortunati con una legge sulle ma¬ 
lattie professionali. 

Egli sperava di ritrovare gli elementi statistici e dimostra¬ 
tivi per valutare la portata dei danni da riparare e dei pesi 
per proteggerli ed indennizzarli. Fu grande il suo dolore, ed 
io ne fui testimone, quando si avvide che questo provvedi¬ 
mento, a carattere più strettamente medico, non era attuabile 
in allora e invece doveva essere rinviato ad una legislazione 


* 



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sociale più vasta e di maggior mole che abbracciasse tutte 
le malattie degli operai, e così molto si dolse quando un suo 
primo modesto tentativo di dare nel 1902 una nuova fisionomia 
a talune violente tecnopatie professionali, non trovò grazia 
presso una commissione parlamentare, che, senza alcun medico, 
annoverava 8 avvocati ed un ragioniere sui 9 componenti. 

Comunque queste fattive e serie aspirazioni di Guido Bac¬ 
celli depongono altamente in onor suo (1); come sorgente di 
ammirazione perenne sarà il discorse da lui pronunziato in 
Roma il 28 ottobre 1902. Chi ha vissuto con Guido Baccelli 
e con lui vuol vivere, chi ha vincoli di affetto riconoscente 
verso di lui (e chi non ne ha?) e verso la scuola, come di¬ 
scepolo, e come italiano risalga a quella purissima fonte, legga 
e rilegga quelle parole generose e buone, quell’appello cor¬ 
diale, eloquente rivolto a tutti noi, che, fummo, se non freddi, 
diciamolo pure, troppo lenti e tiepidi cooperatori suoi. 

Amo riprodurre un brano : La clinica e l’igiene costituenti, 
insieme unite, la medicina politica cooperano alla soluzione 
dei più grandi problemi che si affacciano del pari alla mente 
del medico e del moderno uomo di Sato. La [scienza nostra, 
che dalla terapia individuale s’innalza alla cura ed alla pre¬ 
venzione dei morbi popolari, combattendoli nell’ ambiente e 
nei fattori tutti della convivenza sociale, detta eziandio al le¬ 
gislatore le norme per provvedere alla salute della donna in 
tutte le eventualità, ai fanciulli, ai vecchi, agli inabili, e gli 
serve di guida, così quando egli è vigile custode dell’igiene 
del lavoro, come quando interviene a regolare i rapporti eco¬ 
nomici fra i padroni e gli operai. La medicina sola è capace 
di accrescere il valore dell’esistenza umana, di aumentarne 
la forza di lavoro, di renderne più ricca e tutelata la pro¬ 
duzione; alcuni invece si danno a credere che il medico non 
sia capace di intendere i • problemi sociali, che all’ alba di 
questo secolo domandano urgentemente allo Stato una solu- 


U) Ohi vorrà fare una storia imparziale della legislazione sociale in Italia 

delle molteplici leggi a carattere sociale approvate 
dal 1901 al 1903, delle memorabili dichiarazioni di Baccelli ministro di A. I C 
fatte alla Camera il 17 aprile 1902 « sulla necessità di una legge per 1’ assicu¬ 
razione obbligatoria contro le malattie degli operai comunque cagionate, in 

armonia colla legge per gli infortuni sul lavoro » dichiarazioni rinnovate al 
Senato ed approvate il 2 aprile 1903. 





zione equa e ragionevole : invece l’azione dello Stato moderno 
dimostra luminosamente che quasi tutta la dottrina sociolo¬ 
gica posa sulla medicina politica, come sua base naturale ». 

Guido Baccelli è nella sua vita, e sovratutto dopo la sua 
scomparsa, ammonimento perenne per tutti ed in particolar 
modo per i medici, in quanto che debbono sempre far valere 
davanti alle masse, ai partiti, alle amministrazioni pubbliche 
e private i diritti sociali dei fenomeni da loro, come medici, 
osservati. Chi non lo fa, è senza fede, è medico incompleto, 
è cattivo cittadino. Più il medico sale, più i suoi doveri si 
accrescono. Quei partiti, quegli uomini politici e quei gior¬ 
nalisti che più di una volta si sentirono disorientati per le 
ardite iniziative sociali di Baccelli, dovevano necessariamente 
sorridere e talora quasi anche deridere; in fondo sentivano 
la superiore, la cristallina sincerità del medico politico, i cui 
sentimenti, i cui programmi non erano dettati da un calcolo 
parlamentare od opportunistico, dalla speculazione politica o 
da un mandato di un partito, ma erano le idee, le sensazioni, 
che affioravano dalla fede di un uomo, grande per il cuore 
e per la mente, il quale, per tanti lustri, era stato testimone 
di infinite sciagure umane, qualche volta capace, altre volte 
incapace, di guarire, che si era prodigato in tante maniere 
di assistenze caritatevole, che aveva plasmato le sue tendenze 
sul suo spirito d’indagine verso la ragione primigenia di ogni 
piaga individuale e sociale, che era desideroso di ristabilire 
1’ equilibrio tra la salute fisica e morale del popolo italiano 
d’oggi col popolo di Roma antica, che amava la sua medicina 
individuale, anche perchè era la chiave della medicina sociale 
e della medicina politica, nella quale riponeva la restaurazione 
delle sorti del paese con un programma, che sarebbe stata una 
forza immane, sempre risolutiva, presso parlamenti e presso 
popoli più elevati nel sentire e nel sapere. 

Dove non sarebbe salito il paese colla fede di Baccelli, se 
attorno al Capo si fossero riunite, sempre ed ovunque , le 
medesime fedi, svolti gli intensi apostolati degli amici poli¬ 
tici, dei simpatizzanti, degli ammiratori, dei beneficati, degli 
scolari pronti a tutto per seguire ed aiutare il Maestro ? Sa¬ 
remmo un paese assai più forte e più sano. 



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Ma se oggi, in Campidoglio, riconosciamo di non aver fatto 
tutto il dover nostro, la pubblica confessione di oggi sia la 
nostra attenuante, ma il nostro assillo per una milizia di alta 
ed umana riconoscenza e di opere per non lasciar spegnere 
la face medico-politica di Guido Baccelli. 

Ed in nome di quella estrema sincerità, che è riflesso della 
nostra nuova vita, per cui sgomberassi ogni ombra anche 
dalla nostra vita accademica, che assurgerà a tutta la dignità 
di opere, di cui danno esempio immortale i nostri soldati, 
possiamo riconoscere che questa solennità del Campidoglio 
non sarà nè effìmera, nè vana, perchè ciascuno guadagnerà 
il margine perduto davanti al nostro Maestro. Ed io che an¬ 
dai alla Clinica del Lavoro di Milano colla sua paterna be¬ 
nevolenza augurale, avverto il cruccio, che mi tormenta, di 
non aver fatto di più in questi anni, cruccio che crescerebbe 
a rimorso di tutta la mia vita, se non avessi la certezza di 
poter lavorare , dal mio settore, con un ritmo più febbrile, 
più assiduo sul binario delle cose che gli furono più care. 

* *- * 

E se , qualche volta, le ombre individualistiche ed egoi¬ 
stiche, ora in via di trapassare dalla vita accademica italiana, 
accennassero ad addensarsi e ad avvolgerci, per non man¬ 
care ai nuovi e maggiori doveri che il patriottismo sano , 
serio e fattivo ci comanda, ricorreremo per riprendere lena 
ed altezza alla lettura di alcune frasi ammonitrici di Guido 
Baccelli, pronunziate in una per lui festosa riunione inter¬ 
nazionale, che io ho fatto affiggere nella mia Clinica e che 
qui concludendo, rileggo : 

«... io non ho alcuna virtù, così egli diceva con ferma 
parola, non ho alcun merito; ho solo istinti buoni e un po’ 
di cuore , vorrei tutti felici ed affratellati in un sentimento 
buono, in un’idea santa ; il bene degli altri, il lenimento del- 
1’ altrui sofferenze. La aristocrazia della scienza è più bella, 
quando giova agli umili ed ai diseredati della fortuna ». Non 
è questo, o colleghi, il testo per i medici dell’antica sapienza 
e della nuova solidarietà umana « in aliis vivimus, movemur 
et sumus » ?